Bruna Tamburrini
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Saggi

LA TEMATICA SOCIALE LETTERARIA DEGLI ANNI SETTANTA E LA SCRITTURA COME TESTIMONIANZA DI LOTTA

Negli anni Settanta, e soprattutto verso la fine, la vita sociale italiana, direi anche quella internazionale, risente di cambiamenti dovuti allo sviluppo industriale, ad una diversità di costumi, di vita e quindi di valori. Rispetto agli anni Sessanta, infatti, sono evidenti ora maggiori esigenze di lavoro, di guadagno, gli interessi stanno mutando per cui si assiste spesso a fenomeni di sbandamento sociale, alla disoccupazione ed anche alla perdita di alcuni vecchi valori non tramutabili in nuovi ideali. Uno sviluppo industriale non sempre razionale, una gestione commerciale a volte con poca responsabilità sociale, una situazione politica non sempre chiara e sincera nei confronti dei lavoratori, creano una spaccatura nella società italiana dando spazio alla formazione di diverse classi sociali molto differenziate e in contrasto tra loro. Tutto questo naturalmente è alla base di rivolte politiche che generano ancor più sfasamento e disordine nella collettività. Questi aspetti si riflettono nell’espressione scritta e quindi nelle opere letterarie. Ad osservare le edicole e le librerie, infatti, si nota in questo periodo un’abbondanza di libri di vario genere, alcuni impegnati, altri portavoce di una società complessa e utilizzati per il solo fine commerciale. Uno dei temi fondamentali ed impegnati riguarda la ribellione dell’uomo (inteso in senso lato) alle prevaricazioni esterne, al potere. C’è in pratica un rifiuto del passato autoritario, fascista ed emergono a volte proposte più democratiche e congeniali ad un popolo in piena libertà. Tra questi libri senza dubbio il più importante è Un uomo di Oriana Fallaci e la scrittrice, da abile giornalista, e scrittrice riesce con un linguaggio senza dubbio personale e con una vena poetica moderna, a cogliere e a descrivere i momenti più significativi della vita del protagonista (Panagulis), momenti che sono esistiti veramente: nulla c’è di inventato, quindi possiamo parlare di realismo che personalmente definirei ''poetico''. In sostanza è la lotta contro il potere in Grecia, una lotta organizzata da Panagulis, è la sua resistenza all’autorità. Alla fine il protagonista muore, come nella storia. Alla lettura del romanzo emergono molti temi che, forse, possono essere interpretati diversamente a seconda dei lettori. Il romanzo sembra pervaso da una tacita, e forse non accettata razionalmente dalla scrittrice, importanza del destino, protagonista mascherato della vicenda. Sembra che tutto sia stato predestinato ed il primo a credere alla predestinazione è proprio Panagulis mentre la scrittrice, di fronte ad alcuni fatti, prova un senso di smarrimento. Una nota molto importante nel romanzo viene data dalla fiducia nell’uomo qualunque, nel popolo gregge che spesso viene salvato dagli ''eroi''. Solo gli eroi sono veri uomini, sono uomini come Panagulis. Le ultime frasi del romanzo sembrano richiamare la vita capace di far rivivere un uomo: ''Alekos vive, vive, vive! Ecco perché sorridevi tanto misteriosamente ora che calavi dentro la fossa...'' E’ anche la scrittura a farlo vivere. La ribellione contro un potere, ribellione evidente in questo romanzo, è resa forse più specificatamente dalla lotta interiore ed anche esterna vissuta da Luce d’Eramo in Deviazione. In questo libro sono fotografate, a volte con minuziosa puntigliosità, le esperienze della protagonista (la stessa scrittrice) nei lager nazisti. In pratica è la storia della figlia di un noto sottosegretario fascista la quale vuole constatare di persona tutte le dicerie intorno ai campi di concentramento e alle torture dei Nazisti. Il libro racchiude una continua lotta contro lo stato originario borghese della scrittrice. Non a caso, verso la fine, subentra un soliloquio tra la protagonista ed il ''serpente mentale''. Nel romanzo l’autrice sembra timorosa di non aver abbandonato del tutto la sua ''infame origine'' E’ come un voler dimostrare a se stessa innanzi tutto la buona ragione dei suoi operati e subentra la paura di non essere riuscita nei suoi propositi, la paura anche di non essere creduta sia nei lager, sia nella comune vita successiva. Il racconto non si snoda normalmente, ma apparentemente sembra un calderone di ricordi, è un tornare indietro e un guardare al presente: i tempi sono diversi, a volte si accavallano. Ogni tanto entra in scena il lettore, la scrittrice si rivolge a lui come a voler dimostrare qualcosa, per spiegare meglio la sua deviazione. C’è la paura di essere caduta nel sogno, ma a conclusione di tutto ci sono le testimonianze, le letture e una carrozzina. A questo punto è stato vero, si può ritornare a ricordare. Il libro termina nell’ultimo ricordo, un’ultima sfida all’autoritarismo fascista. La sfida alla società borghese viene invece manifestata nel romanzo Vita interiore di Moravia. Ritornano sempre i soliti temi moraviani, forse con un po’ più di esasperazione. E’ la storia di una ragazza che vuole in un certo senso liberarsi del bagaglio borghese il quale maschera, in vari momenti, la sua vera identità. La protagonista diviene, per cause esterne, sociali, quella che potremmo chiamare assassina politica, insomma qualcuno che lotta con le armi per raggiungere un certo obiettivo sociale. Quella immoralità che qualcuno ha voluto evidenziare, serve a ''coronare'' la vita borghese, a rendere vuoti molti contenuti della gente ''bene''. La protagonista vuole uscire indenne da questa società, ma anche lei viene presa in giro forse dai suoi stessi simili. Importante è il processo di ''dissacrazione'' sociale e morale della ragazza e del linguaggio stesso dello scrittore. Tutto il romanzo è scritto con l’uso del dialogo certamente per dare più realtà alla vicenda, alla confessione. Anche qui, alla fine di tutto, c’è una rivalutazione della scrittura: ''...la tua immaginazione mi ha bruciata, consumata. Alla fine non esisterò più se non nella tua scrittura, come impronta, come personaggio''. In fondo, nella società degli anni Settanta la scrittura molto spesso viene intesa come comunicazione politica, sociale. Ecco perché il linguaggio varia, le tecniche diventano molte, a volte si vuole sfatare la vecchia grammatica, si vuole rendere più incisivo il linguaggio. E’ come una dimostrazione pratica che insieme alla società si evolve e cambia anche la lingua. Questo aspetto linguistico si può notare in Oriana Fallaci. Nei suoi romanzi, infatti, la lingua assume un aspetto di tecnica nuova, giornalistica e con una piacevole vena poetica. Nel romanzo, invece, di Lidia Ravera Bambino mio, romanzo in cui viene preso in esame il rapporto donna-società con conseguente lotta della donna contro il potere maschilista, la novità linguistica si avvale di parole scritte insieme (donnecomenoi ecc.), ma anche di periodi che sembrano più mostrare uno stato d’animo piuttosto che seguire delle regole sintattiche. Dal punto di vista contenutistico questo romanzo denota all’inizio il desiderio-paura di avere un bambino (paura intesa come mancanza di libertà, relegazione nel classico ruolo della donna, in un ruolo tradizionale). Verso la fine sembra esserci la vittoria del desiderio, si riscontra quindi una certa felicità. C’è anche un ritorno allo psicologico e poi, alla fine, prevale su tutto l’osservazione minuziosa del bambino. Questo romanzo ricalca, anche se in diverso modo, le orme della Fallaci in Lettera a un bambino mai nato. Senza dubbio, comunque, questo è un tema importante nella società degli anni ’70, tema generato dallo sviluppo della società industriale, dal doppio lavoro, dai diversi ruoli e quindi dalle ingiustizie. A proposito di ingiustizie si può concludere questa rassegna di argomenti con la tematica sociale sulla mafia e quindi con le opere di Leonardo Sciascia. Lo scrittore, infatti, denuncia lo stato attuale della società. I suoi sono romanzi a sfondo politico e, come tutti, racchiudono messaggi e propositi per un serio cambiamento utilizzando anche qui la scrittura come unico e vero mezzo per smascherare tutto ciò che di falso e di ipocrita può trovarsi nella struttura sociale.

8) O. FALLACI, Un uomo, Rizzoli, 1979
9) LUCE D’ERAMO, Deviazione, Mondadori,, 1979

LA TEMATICA DI LEONARDO SCIASCIA ED IL RAPPORTO CON LA SOCIETA’

In un’intervista, rilasciata a Walter Mauro, Sciascia afferma di essere molto legato alla società nel senso che le sue opere partono sempre da un’idea base sociale e da uno schema precedentemente prefissato. IL contenuto fantastico del racconto (quando è tale) si dipana sulla base sempre di un fatto vero trovato nella storia e nella cronaca. La maggior parte della narrativa di Sciascia comprende, infatti, racconti di tipo poliziesco o saggi ed egli stesso afferma di prediligere la tecnica del poliziesco per legare a sé il lettore. C’è quindi una specie di connubio che impedisce di lasciare un libro a metà. La tecnica poliziesca, comunque, di molti romanzi, specialmente del primo periodo, non impedisce allo scrittore di troncare il romanzo nel mezzo degli intrighi. I racconti, infatti, non hanno una fine, non hanno una conclusione che possa in qualche modo spiegare le vicende. Di solito tutto termina in Parlamento o negli uffici di qualche potente funzionario. E’ evidente l’allusione politica, la stessa allusione forse con un fondo di maggiore pessimismo, che si trova negli ultimi romanzi, nei Pugnalatori, nell’Affaire Moro e in Bianco e Nero. Parlando comunque di pessimismo sarebbe veramente errato affermare che esso sia inattivo, inoperoso. Non a caso in una delle ultime interviste l’autore afferma di non essere pienamente pessimista, ma auspica una riuscita delle forze che consentono di andare avanti, di scrutare gli errori della nostra vita per farci mettere a pensare. Il fatto di osservare nei minimi particolari le vicende, i fatti, di ''sbobinare'' anche l’aspetto storico per ricercarne le cause, è una caratteristica presente in tutti i suoi romanzi., anche nell’Affaire Moro c’è il desiderio di documentare una realtà, di spiegare i fatti, non per supposizioni, ma con documenti alla mano. Per questo i romanzi di Sciascia sono una continua ricerca, un continuo desiderio di sciogliere i più difficili intrighi, le più difficili situazioni. il tutto è quasi sempre pervaso da un collegamento mafia-politica-sistema clientelare e si notano profondi dualismi: mafiosi, antimafiosi- giustizia-malvivenza. E’ evidente anche una certa ripetitività: non si ha mai a che fare con un solo delitto, ma con una serie. La ripetitività d’altronde si manifesta, specialmente nei romanzi prettamente polizieschi, nel modo di raggruppare i delitti: il farmacista Manno e il medico Roscio a caccia. Le morti di Colasberna e Nicolosi sono collegate insieme. Le persone influenti dirigono il sistema clientelare e i poveri, ecco un altro significativo tema della narrativa di Sciascia, sono contrapposti ai ricchi, perdono sempre, non riescono mai a farsi valere e sono sottomessi ad un sistema che li vuole relegare in una certa inanità costringendoli a non agire. Altra caratteristica dei romanzi di Sciascia è la professione degli investigatori i quali, non a caso, sono dei letterati. Bellodi, ad esempio, si è letto tutta la letteratura siciliana dall’abate Meli a Tomasi di Lampedusa ed ha curiosità tecnologiche: si veda l’interrogatorio conversazione con la vedova Nicolosi. Laurana è addirittura un professore di Lettere. Bellodi insinua l’idea che la cultura storico-umanistica sia forse più confacente al mondo inquisitoriale che non quella scientifica. Riferimenti letterari si trovano anche nei Pugnalatori. In Todo Modo non è tanto il poliziotto a scoprire tutto ciò che si nasconde dietro una serie di delitti, quanto piuttosto il professore, il pittore, capitato lì per caso, per curiosità. Questa predilizione per il letterato e per gli studi umanistici può forse essere un inconscio o consapevole desiderio di rivalutare tutto ciò che riguarda l’uomo, la sua umanità e sembra un’aperta condanna verso il calcolo egocentrico, verso tutto ciò che è troppo razionale. D’altronde lo stesso scrittore usa il linguaggio scritto per mascherare una realtà sociale. Là dove egli non può intromettersi nella vicenda, fa capire che c’è la sua scrittura di letterato a parlare e a dire, anche se non sempre apertamente, ciò che c’è dietro. In un’intervista alla televisione Sciascia si lamentava della scarsità di pensiero attuale. Ormai non si pensa più, neanche i politici pensano e nella nostra società è molto difficile rimanere ''candidi''. Candido, il protagonista del romanzo omonimo, è il rovesciamento del Candido di Voltaire. Lo scarto è che quest’ultimo è più candido, l’altro lo è di meno. La favola volteriana del coltivare il proprio orto, a giudizio dello scrittore, oggi è impossibile. Nella trattazione degli argomenti Sciascia vuole eliminare le sovrastrutture che sono un effetto della stupidità: anche i fatti attuali, soprattutto quelli politici e anche amministrativi, vengono compromessi da un’evidente stupidità. Si vuole complicare le cose per poi non risolverle. In mezzo a tutto ciò, come precedentemente affermato, lo scrittore sembra voglia lottare se non altro con la sua arte letteraria. A questo proposito riporto alcune parole pronunciate dall’autore in un’intervista e riguardanti un’ipotetica conclusione di ''Candido'': ''Dio è morto, Marx pure ed io mi sento bene, voglio continuare a vivere, giudicare ed essere libero''.


5) E. BIAGI, Sciascia, il pessimista che non si arrende, in ''Il Corriere della sera'', 10.12.1977, Milano, pag, 3
6) A. FRASSON, I Pugnalatori di Leonardo Sciascia, in ''L’OSSERVATORE POLITICO LETTERARIO'', aprile, 1977, n. 4, p.105
BRUNA TAMBURRINI, I pugnalatori di Leonardo Sciascia, dissertazione Scuola di Perfezionamento Urbino, a.a. 1976-77
7) CLAUDE AMBROISE, Invito alla lettura di Sciascia, Mursia, 1974
W. MAURO, Sciascia, La Nuova Italia, 1970
LEONARDO SCIASCIA, La Sicilia come metafora, intervista di MARCELLA PADOVANI, Mondadori, 1979


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