Bruna Tamburrini
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Premi & Recensioni

Un mucchio di ricordi in un album di fotografie…

Un libro di Bruna Tamburrini

Davvero un mucchio di ricordi è quello che mi è tornato in mente sfogliando il libro di Bruna Tamburrini. Girando a caso le pagine, come assaggio prima della lettura, una foto mi ha dato grande emozione. Con occhi limpidi e volto sorridente mi guardava un caro amico, una persona stimata che ora più non c’è: Armando, l’orefice di Monte San Pietrangeli. Poi, leggendo, ancora situazioni e nomi conosciuti, amici anch’essi. Ecco il valore di un libro così, estratto dall’album di famiglia, con foto che raccontano, scene di vita passate che riguardano sì l’autrice ma anche tutti noi, perché la vita si ripete, cambiano i luoghi, i nomi ma le circostanze si somigliano. La prima comunione, la casetta, la moto, la prima macchina, da qualche parte c’è sempre una professoressa di matematica, un paio di scarpe col tacco alto, la gita, la musica, i primi tentativi di trovare un lavoro e la famiglia, sempre presente con il suo caldo affetto. Un libro che risveglia i ricordi, che fa bene al cuore. Un racconto positivo che ci avvicina e ci rende partecipi al maturare di una ragazza che percorre passo passo tutte le vicende comuni a tante ragazze italiane. E ancora la vita di paese, a Monte San Pietrangeli simile a quella di Mogliano dove si affaccia un altro nome a me caro, quello di Gino. Non è semplice recensire un libro così perché ti prende l’emozione. Lo consiglio anche a chi non conosce i personaggi, tutto il mondo è paese.
Fernando Pallocchini

Supplemento online a La rucola, dispetti politici e culturali – registrazione al Tribunale di Macerata n° 415 del 01/04/1998
Direttore Responsabile: Fernando Pallocchini
Editore: Associazione Culturale La rucola, corso Cavour 29 (c/o Centro Studi Minerva) 62100 Macerata

RECENSIONI DI FULVIO CASTELLANI
in una importante antologia edita dal Cenacolo Europeo "Poeti nella società".


Prefazione al libo :
"Donne nella letteratura e nela storia"

PREMI E RECENSIONI
Premio della critica per l’opera: “Brevi saggi di letteratura dal Duecento ai giorni nostri”Ed. Nuova Impronta, Roma 2000
Comunicato stampa emesso dall’Ufficio Stampa della Edizioni Universum di Trento il 13/12/02

PREMIO DELLA CRITICA
“Omaggio a Francesco De Sanctis”

conferito a Bruna Tamburrini per l’opera “Scrittori, Poeti, Correnti letterarie – Brevi saggi di Letteratura dal Duecento ai nostri giorni”. (saggio) edita da Nuova Impronta, Roma, 2000 dalla Commissione di Lettura Internazionale della Casa Editrice Edizioni Universum di Trento.

Bruna Tamburrini è insegnante di Lettere nella Scuola Media Superiore. E’ associata e collabora con diversi gruppi letterari italiani tra cui “Poeti nella società” di Napoli, “Penna d’Autore” di Torino e l’Accademia Internazionale “Il Convivio”.
Si è perfezionata in Scienza e Storia della Letteratura italiana presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Urbino.
Nel 1998 ha pubblicato il suo primo libro di poesie dal titolo “Frammenti”.
In questo prezioso volume, la Tamburrini traccia a grandi linee la storia della letteratura dal Duecento ai nostri giorni, ma apre anche una finestra sulla letteratura mondiale e sull’intercultura. Un tema questo che come lei stessa afferma nella presentazione, “oggi fa discutere ed è di grande attualità”.
L’opera si apre con un saggio sul Dolce Stil Novo, che, come sappiamo, è un termine coniato da Dante Alighieri per designare una corrente letteraria, espressione della giovane letteratura italiana del 1200.
La dissertazione, sapientemente colta, prosegue poi rapidamente, ma in modo dettagliato e calzante, attraverso la poesia petrarchesca per giungere ai maggiori scrittori e poeti del Novecento: una carrellata dei nomi più emblematici della nostra letteratura da Pirandello a Tomasi di Lampedusa, da un Quasimodo ad un Ungaretti, ma non manca di toccare anche l’aspetto storico del tempo, inserendo i vari autori nelle rispettive correnti letterarie e nelle varie tematiche sociali come la tematica di Leonardo Sciascia e il rapporto con la società, il Movimento Femminile o la Tematica Sociale Letteraria degli anni Settanta e la scrittura come testimonianza di lotta. E’ caratteristica di questo periodo l’opera di Oriana Fallaci: “Lettera ad un bambino mai nato”.
Il libro della Tamburrini si conclude con “Breve panorama dei più importanti autori di letteratura mondiale contemporanea" e, in Appendice, con "“a Fiaba come mezzo di comunicazione e come strumento d'intercultura”.
Secondo l’autrice nella nostra società, dove sono sempre più frequenti fenomeni d’immigrazione, gli episodi d’intolleranza sono determinati dalla non conoscenza dei valori di quelle società. Così ella elenca le qualità dei vari popoli dagli Albanesi agli Africani, sostenendo che l‘ignoranza e il pregiudizio si possono sconfiggere solo con l’incontro di culture diverse.
E’ con il pensiero dell’autrice a tal proposito che ci piace concludere:
“Speriamo che questa interazione contribuisca ad arricchire il mondo in cui viviamo e soprattutto possa essere utile a far comprendere che al giorno d’oggi tutte le culture sono vive e capaci di amalgamarsi perfettamente”.

Renza Agnelli
Resp. Uff. Stampa EU

ATEMPORALITA”: commento di una carissima amica

Le tue poesie delicatissime, raffinate e profonde mi hanno legato ad esse per sempre. Credo che ricorrerò al tuo libro ATEMPORALITA’ costantemente nel corso della mia vita, perché è ispirato da profonda umanità, contiene tutto ciò che è nell’uomo: il desiderio di amore universale, l’indignazione per le ipocrisie e le tante maschere contemporanee, i bilanci e il tentativo di dare un senso al proprio tempo terreno, la ricerca dell’armonia e la speranza di un tempo infinito che “misteriosamente” ci completi. Grazie del prezioso amico che mi hai regalato, con ammirazione


Donatella Foresi


Bruna Tamburrini:
la ricerca della  conoscenza e della felicità in Atemporalità,
(Cenacolo accademico Europeo, Poeti nella  società)

Racconti e poesie che sfilano in sintonia, in un unico discorso, emergente, del sociale e dei problemi dell’animo. Sono «l’espressione di alcuni momenti di vita» dell’Autrice, Bruna Tamburrini, che si rifugia nei ricordi per sfuggire ad una realtà da rigetto, per intraprendere un lungo viaggio verso la ricerca della conoscenza e della felicità, spinta dalla volontà, e dall’interesse, di sfociare «in un mondo purificato di atemporalità», inedito. Toccante il primo racconto, “A te”; rispecchia una delle tante situazioni precarie che affliggono l’umanità, quella della famiglia, che non è più tale, e le conseguenze deleterie della sua frantumazione: crollo dei valori, precipitare nel vizio, desiderio di “farla finita” con l’esistenza. Sentimenti di sfiducia e ipocrisia albergano negli uomini: si vive, «incompresi e strani”, dietro maschere, «nella lontananza di un cielo / ormai perso». Perché succedono certe cose, in questa società marcia?... Perché Roberta non reagisce alle violenze che le vengono inferte nei pressi di una chiesa?. «Non era il caso, oltre tutto avrebbe dovuto affrontare la temerarietà della gente». Un continuo lavorio interiore si agita nell’animo della poetessa, tra sfoghi, risentimenti, tristezza, illusioni e delusioni, un cadere a terra ed un risollevarsi, ed un concludere che «per vivere bene», «frammenti vibranti di poesia» devono lanciarci emozioni, invaderci e farci fremere perché la vita è ‘miracolo’ e per essa siamo «pronti a sorridere e a piangere». Quanta fantasia, legata agli extraterrestri, nel racconto “La storia del mondo!». Quegli esseri esistevano già prima dei dinosauri, abitavano la terra... La scienza aveva distrutto il pianeta ed essi si erano rifugiati in un altro corpo celeste... «La vecchietta vide scendere la navicella... Poi tutto tornò normale, in quella bella giornata di sole», ma i bambini non s’erano accorti di nulla e continuavano a giocare... Sembrerebbe più un’allucinazione della donna anziana che un fatto realmente accaduto, nell’immaginazione, naturalmente. L’autrice sottende, spesso, nei suoi scritti, un consiglio, un monito, un messaggio.


Antonia Izzi Rufo

RACCONTO 2° CLASSIFICATO ( medaglia d’argento) Premio TUSCOLORUM 2004.


…LASCIATEMI ANDARE…
Quel lunedì di gennaio la neve scendeva fitta ed aveva già imbiancato la strada e i tetti delle case nel Vicolo Santamaria di Bergamo Alta. Sembrava di vivere in un’atmosfera ovattata col silenzio intorno, niente rumori, niente clacson. Silenzio. In una casa, in fondo al vicolo, Giuseppe, ormai anziano di 85 anni, guardava attraverso la finestra del salone. Di questi inverni ne aveva visti tanti, ma quello sembrava diverso, il silenzio bianco e ovattato questa volta gli metteva tristezza e più volte si alzava dalla poltrona, si appoggiava al suo bastone ormai logoro dal tempo (quanti anni!) e passeggiava su e giù per il salone. Era solo. I familiari erano tutti andati a lavorare, i ragazzi invece andavano a scuola. Aveva due bei nipoti e quando era più giovane aveva sempre cercato di insegnar loro le ”ragioni” del mondo. Spesso, quando erano piccoli, li portava fuori e, durante le lunghe passeggiate, parlavano degli aspetti più belli della famiglia, si soffermavano anche ad osservare la natura così immensa e così perfetta (diceva lui). Spesso, quando nella mattina si trovava solo nella casa così grande riprendeva la vecchia fotografia dove era ritratta la sua immagine da giovane insieme alla moglie, con il figlio e la nuora. Sì, aveva un figlio, ma lo vedeva di rado, era un avvocato sempre impegnato e aveva fatto tanti sacrifici per farlo diventare così: un avvocato di rispetto! Giorgio, così si chiamava il figlio, era purtroppo sempre in giro. Giuseppe aveva comunque un bellissimo rapporto con sua nuora, una donna disponibile, moderna, aperta al dialogo, ma purtroppo anche lei era in continuo movimento. Era manager in un’agenzia d’informazione. Luigi e Carlo, i nipoti, ormai erano grandi e frequentavano rispettivamente il quarto e l’ultimo anno di scuola superiore. I ricordi in quel mattino nevoso scendevano insieme ai fiocchi di neve ed erano lenti, lenti, tristi, terribilmente tristi. Immerso nei suoi pensieri non si era accorto che erano già le due del pomeriggio. Suonò il campanello e, subito, nello stesso momento, una chiave girò la serratura. “Sono loro” pensò Giuseppe, pur sapendo che non tutti si sarebbero ritrovati per l’ora del pranzo. I tempi erano cambiati, ci si doveva abituare, ma non era facile. Per primo entrarono i nipoti e il figlio, poi, dietro di loro, si fece avanti una ragazza dall’aspetto gentile, bionda, aveva gli occhi azzurri, sembrava anche piuttosto timida. Si diresse con una certa sicurezza verso Giuseppe e, con un italiano stentato, gli parlò: “Signore Giuseppe…io essere Natascia….piacere”. “E chi è?” chiese Giuseppe al figlio, mentre nello stesso tempo le porgeva la mano per salutarla. “Papà- rispose il figlio - noi abbiamo pensato che per accudirti, per farti star meglio, sia necessaria una presenza accanto a te quando non ci siamo e quindi Natascia ti saprà aiutare nelle cose di cui avrai bisogno”.

Bruna Tamburrini saggista e poetessa (Scrittori, Poeti, correnti letterarie – brevi saggi di letteratura dal Duecento ai giorni nostri, Nuova impronta edizioni; Frammenti, collana di poesie curata dall’A.L.I. Penna d’Autore)
Bruna Tamburrini, docente di Lettere nella Scuola Media Superiore, collabora a diversi giornali. Recente è la pubblicazione dei suoi brevi saggi sulla letteratura italiana, disposti per ordine cronologico, a partire dalle origini fino ai giorni nostri. Nel volume, che largo spazio concede alla letteratura del Novecento, emblematico è il saggio su Charles Baudelaire, l’unico che riguarda autori stranieri, comparso anche sulle colonne del nostro “Convivio”, mentre ampio spazio è dedicato al romanzo contemporaneo, la forma letteraria oggi certamente più diffusa. I brevi saggi, chiari, lineari, essenziali, accattivanti nella lettura, spesso presentano l’autore in un suo aspetto fondamentale, visto anche in ottica critica innovativa. Il modo di fare storia della critica della Tamburrini sembra avvicinarsi a quella di Croce, secondo il quale la storia della letteratura si può costruire solo attraverso i suoi autori, in quanto ogni autore costituisce un mondo a sé. La Tamburrini, infatti, è del parere che la letteratura «debba costituire sempre un momento di particolare riflessione, capace di farci comprendere il rapporto, a volte difficile e problematico, che intercorre tra gli scrittori, i poeti e il vissuto sociale in cui essi operano».
Vogliamo comunque fissare la nostra attenzione anche sulla breve silloge “Frammenti”. Si tratta di 28 poesie, in cui appare una visione positiva e ottimistica della vita. La poetessa non sa vedere il male in sé, quale negatività e malattia sociale. La vita, quasi un gioco, è un qualcosa di bello e va vissuta nella sua integrità. Le espressioni altamente poetiche spesso sono colme di metafore. «Non rotolare sull’erba i tuoi passi / risonanti di parole lontane». Le nuvole smarrite, sospinte dal vento, appaiono sulla nave grigia del cielo. La negatività dell’esistere e il nulla, come la sofferenza e il dolore, diventano così marginali. «Non può esistere il nulla / se di tanto sono vissuta / non può essere cenere / chi tanto ha vissuto». In questa concezione positiva il tempo si presenta quale fusione tra passato, presente e futuro, ma non quale elemento di disfacimento, bensì come progresso e processo naturale e continuo. Il trascorrere del tempo non è un male, non provoca angoscia e «se ti assale l’angoscia dei giorni… fermati, conviene girarsi e pensare». Il tempo scorre veloce per chi è felice, trascorre troppo lentamente per chi soffre. La depressione e il buio sono solo momenti passeggeri. Il “male di vivere” del mondo contemporaneo si nullifica. La crisi esistenziale viene colmata. La poesia della Tamburrini in questo senso è diversa. Essa sembra staccarsi dal mondo letterario odierno. La sua è una poesia d’amore, di pace, di felicità. E i sentimenti? Bisogna «saperli donare senza ritegno / non nasconderli / ma regalarli sempre / e ovunque».
Angelo Manitta

La ragazza, molto sorridente, si rivolse a Giuseppe: “Sì…essere così…vedere…noi andare d’accordo”. All’improvviso, come se all’improvviso le cose in famiglia si fossero risolte, come se non ci fossero più problemi, ognuno si diresse nella propria stanza, mentre Natascia, con il suo italiano stentato, rimase un po’ impacciata davanti a Giuseppe, il quale tentò di affrontare per primo il discorso: “Non so se tu hai mangiato, se vuoi, mia nuora prepara sempre qualcosa nel frigo, ora non c’è ma arriverà. Io ho mangiato presto da solo, perché sono anziano…sai ho qualche problema di digestione”. Era un discorso troppo lungo e articolato e per questo non comprensibile alla ragazza e lei, per non far capire che non riusciva a comprendere, aggiunse: “Io…bene…tu come stare?” Fu in questo momento che Giuseppe si rese conto dell’estraneità totale della donna e forse del fatto che tutti in famiglia l’avevano abbandonato, ai suoi occhi l’avevano quasi venduto, con i soldi erano riusciti a “comprargli” un’assistente, o meglio una balia straniera. Eppure non era così, perché la famiglia era sempre stata premurosa con lui, non l’aveva mai abbandonato. Sì, qualche rimprovero ogni tanto, ma quando ci voleva, dicevano loro, quando lui non faceva le cose per il verso giusto, ma erano sempre stati tutti premurosi e soprattutto i nipoti gli volevano bene, anche se non trascorrevano più il tempo con lui. Quando era stato ricoverato all’ospedale, lo scorso anno, erano sempre tutti lì, nonostante i numerosi impegni di lavoro e palestra ( dovevano rinforzare i muscoli!).
In sostanza questa ragazza non era altro che una dimostrazione di affetto: quando loro non c’erano, c’era lei sempre pronta. “Ma chi è questa giovane” si chiedeva Giuseppe mentre continuava a guardarla e ogni tanto volgeva lo sguardo verso la neve che cadeva sempre più fitta. “E’ estranea per me, non riesco neanche a comunicare con lei, non capisce l’italiano ed io non capisco la sua lingua”. Pensava. Si sentiva abbandonato e quasi un peso, perché ormai non era più in grado di gestirsi da solo. Cosa poteva fare? Rifiutare la presenza della ragazza? Avrebbe creato più preoccupazioni, tanto valeva cercare di far capire “l’inopportunità” di questa presenza. Escogitò un piano, pensando che fosse arrivata per lui l’ora di andare…Era ancora lucido, nonostante avesse un’età avanzata e tutti lo considerassero non sempre capace di intendere, specialmente quando gli rivolgevano la parola e ripetevano due o tre volte la stessa frase. Era immerso in questi pensieri quando Carlo, il nipote più grande, gli disse: “Nonno, domani dovrò andare in gita per tre giorni, devo preparare la valigia, partirò domani mattina presto, quindi ti saluto ora, perché poi non ci vedremo, stasera tornerò tardi”. Rispose pronto Giuseppe: “ Tu, divertire…fuori casa…andare...scuola?” Mentre Giuseppe parlava così entrarono nella stanza anche il figlio Giorgio e Luigi, l’altro nipote. I ragazzi scoppiarono in una risata, ma il figlio, preoccupato intervenne: “Papà, come parli?! Non conosci più l’italiano? Forse stai male? Ti dobbiamo portare al Pronto Soccorso?” “No, io stare bene…io stare bene…io stare bene” Uscì per andare nell’altra stanza. Natascia si rivolse agli altri della famiglia: “Forse Signor Giuseppe non volere me…voi capire…io estranea vostra famiglia”. Non aveva finito di parlare che entrò la nuora Rosalba, era indaffarata con la borsetta e le scatole che portava in mano. Si vedeva che tornava stanca dal lavoro. Sprofondò di peso sulla poltrona, sapeva della ragazza, ne avevano già parlato e aveva anche dovuto tribolare un bel po’ per trovarla. Si accorse che c’era nella casa uno strano silenzio, poi la ragazza si rivolse alla signora: “ Io detto che Giuseppe non volere me…” A questo punto entrò Giuseppe mogio mogio, perché dietro la porta aveva ascoltato le parole della ragazza. “Scusare Rosalba…io fare quello che voi volere…” Disse con un tono un po’ concitato. Rimasero ancora tutti fermi, perché non si aspettavano quella reazione strana. “Bene”, aggiunse il figlio sbrigativo, come per cambiare discorso e per non dare molta importanza all’accaduto, “Noi dobbiamo ripartire, come sai abbiamo impegni di lavoro, tu rimani con la ragazza, vedrai, prima o poi ti abituerai e ti farà compagnia”. In fretta e furia uscirono tutti, prima uno, poi l’altro. Per ultima uscì Rosalba (era appena rientrata!) e mise una mano sulla spalla del vecchio in segno di protezione e di comprensione.
Rimasero soli, Natascia e Giuseppe e pian piano passarono anche i giorni, poi le settimane, i mesi. L’anziano nonno era sempre più triste e si rivolgeva ai suoi familiari con atteggiamenti sempre più sbrigativi, con mezze parole, parlava come Natascia ed ora l’incomunicabilità non era più soltanto con la straniera, messa lì apposta per guardarlo, ma anche con il resto della famiglia che vedeva, guarda caso, sempre più raramente.
Spesso ripensava alla sua giovinezza, alla sua famiglia di tante persone, alle discussioni, agli impegni che aveva dovuto sostenere. Non parlava più con nessuno, perché con la straniera si comprendeva a gesti…poi con lei non c’era bisogno di parlare, era un’estranea, che ne sapeva lei dei suoi bisogni veri? Che ne sapeva dei suoi sentimenti? E poi era molto più giovane…come una figlia! Non avrebbe mai pensato di sentire una solitudine così forte, di rendersi conto di essere una preoccupazione per tutta la famiglia e a volte anche un peso e, in fondo, si accorse che lo era per tutta la società. Non osava pensarlo. Anche quando andava all’ospedale le infermiere lo guardavano “dall’alto”. Lo trattavano come un bambino incapace. Eppure non era così. Fisicamente era debole, ma capiva e voleva ancora sentirsi importante per gli altri. Trascorse un anno, era sempre di gennaio, ma questa volta senza neve, la solitudine per lui divenne insopportabile e un giorno convinse Natascia a lasciarlo, perché non parlava più, era sempre chiuso nel suo mutismo e la ragazza capì che non sarebbe mai riuscita a fargli compagnia, anzi avrebbe aggravato la situazione. Giuseppe, partita Natascia in un giorno di gennaio, all’insaputa di tutti gli altri, rimasto solo, prese il suo bastone, si incamminò verso la camera dove c’era ancora una vecchia valigia che usava quando ancora viveva la moglie e la teneva ben conservata, era un ricordo. La prese, l’aprì, ci mise dentro le cose più importanti, ci mise le foto della moglie e di tutta la sua famiglia, quelle foto che spesso si soffermava a guardare e che erano i suoi ricordi. Quando pensò di avervi messo tutto, si preparò, indossò il vestito più bello, la cravatta colorata e aspettò il rientro di qualcuno. Aspettò fino a sera, perché durante il giorno erano tutti impegnati. Si mise seduto vicino alla finestra e alle sette di sera sentì girare la chiave nella serratura, si accorse che stavano parlando. Si alzò. Lo trovarono in piedi, col bastone, ben vestito, con la valigia al suo fianco. “Lasciatemi andare…portatemi al ricovero” disse con dignità impressionante e austera.


Terzo premio “CITTA' DI AVELLINO”
CONCORSO INTERNAZIONALE DI ARTE E LETTERATURA

Per l’opera: SCENEGGIATURE TEATRALI” Edito Nicola Calabria, 2003 di Bruna Tamburrini

Recensione di Giovanni Di Girolamo


Saggio-manuale sul modo di fare teatro. L’autrice Bruna Tamburrini, poetessa-scrittrice-pittrice-critica, è un nome molto noto in campo nazionale, ed in questa opera ci rioffre una chiara testimonianza della sua indiscussa capacità e poliedricità letteraria, oltreché originalità. Strutturato come saggio manuale, il libro parte dalla storia del teatro, dall’antica Grecia ai Romani, con le differenze d’impostazione e struttura che lo contraddistinsero; quindi passa a descriversi, con esempi pratici, come orchestrare una sceneggiatura teatrale, magari prendendo a prestito finanche una famosa opera letteraria, come ad esempio un episodio dell’Iliade, ovvero la storia del re Laomedonte, padre di Priamo; oppure la novella Andreuccio da Perugina, dal “Decamerone” di Boccaccio; ovvero, il Belfagor Arcidiavolo, novella di Niccolò Machiavelli; ed altri esempi ancora. Insomma, opera di indiscusso valore, rivolta principalmente agli addetti ai lavori ed a coloro che intendono cimentarsi in campo teatrale, per i quali fornisce un degno ed utile supporto, sia per quanto attiene l’impostazione scenografica, che lo sviluppo stesso dell’opera. E l’autrice si mostra senza dubbio all’altezza del compito, in ciò ricorrendo anche ad un linguaggio dialogico-espressivo di assoluta padronanza stilistica e discorsiva, rifuggendo dal facile manierismo e dalla scontata saccenteria che contraddistinguono di solito le saggistiche in genere.
(Dall’antologia “Albo d’oro”, Autori Vari, Nunzio Menna (a cura), Casa Editrice Menna , Avellino, 2005)

Studio :
Via Angelelli, 11 - 63833 Montegiorgio (FM)
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